ai seminaristi e agli aspiranti diaconi dell’Arcidiocesi di Catania.
Seminario Interdiocesano Regina Apostolorum – 10 gennaio 2025
Carissimi fratelli e sorelle,
sant’Efrem il Siro, che ha fatto teologia in versi poetici, così canta il mistero del Battesimo del Signore:
Dio, nella sua misericordia, si è chinato ed è sceso,
per mescolare la sua clemenza alle acque
e unire la natura della sua maestà divina
ai deboli corpi degli uomini.
Nelle acque ha trovato il modo
Di scendere e dimorare in noi,
come il modo della misericordia quando scese e dimorò nel grembo di Maria.
O misericordia di Dio,
che si cerca tutti i modi per prendere dimora in noi! (EFREM IL SIRO, Inno VIII,1 sull’Epifania).
Oggi il Tempo di Natale giunge al suo compimento e nel mistero del Battesimo del Signore riceviamo l’annuncio di salvezza affidato alla Chiesa che risuona nei secoli, che è chiamata ad annunciare il Vangelo a tutte le genti. Papa Leone XIV, all’indomani della chiusura della porta santa della basilica di San Pietro, ha rivolto ai cardinali parole che mettono al centro proprio l’annuncio del Vangelo: «Evangelii gaudium, cioè la missione della Chiesa nel mondo di oggi».
Perché venite istituiti lettori ed accoliti, perché siete incamminati verso il presbiterato e il diaconato? Perché il Signore vi chiama a questa missione di salvezza, iniziata da lui, donata nel
mistero della Pentecoste agli apostoli e a tutti coloro che con essi collaborano. Sentitevi parte di questa grande storia di salvezza e non perderete mai il senso della ecclesialità che anima ogni vocazione. Non chiudetevi mai in ciò che è piccolo e privatistico, perché la missione della Chiesa ha una dimensione universale che attraversa i tempi e gli spazi geografici, rinnovandoli come Cristo consacrò le acque del Giordano.
Sul Cristo che risaliva dalle acque dopo il battesimo si aprì il cielo, espressione che sta a significare che Dio si manifestò, e si udì una voce, quella del Padre che “presentava” il Figlio prediletto all’umanità. Miei cari istituendi, voi nel lettorato e nell’accolitato venite istituiti ministri di quella Parola e di quel Corpo. Venite istituiti perché nella Parola e nel Corpo di Cristo viene edificata la Chiesa. La Parola che risuona nell’assemblea liturgica, che viene trasmessa con linguaggio appropriato nella catechesi, che in mille modi viene annunciata, è Dio che parla agli uomini e chiama all’ascolto e alla relazione. E questa relazione tra Dio e l’umanità si chiama alleanza. Dio che parla agli uomini indica il Cristo suo Figlio nel momento in cui, risalendo dalle acque, ha su di sé il peccato dell’umanità, e il Padre ci dice che egli è il suo Figlio prediletto, colui nel quale ci dice e ci dà tutto quello che vuole dirci e darci. La storia del parlare di Dio all’umanità ha il suo vertice in Gesù Cristo: «Egli è il volto, la narrazione, la rivelazione: “Tutto ciò che noi possiamo sapere e dire su Dio si trova in Gesù Cristo: Nessuno viene al padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6)» (ENZO BIANCHI). Il Concilio Vaticano II ci ha donato la costituzione dogmatica sulla rivelazione, che inizia con queste due bellissime espressioni: «Dei Verbum religiose audiens et fidenter proclamans», cioè: «in religioso ascolto della Parola di Dio e proclamandola con fiducia». Così commentava l’allora teologo Joseph Ratzinger nel 1967: «E’ come se l’intera esistenza della Chiesa si trovasse raccolta in questo ascolto da cui solamente può procedere il suo atto di parola».
Ascoltare religiosamente: nella celebrazione liturgica, nel segreto e con la comunità che vive la lectio divina, edifica la propria vita e quella della comunità su ciò che è essenziale. Quando il Concilio dice che questa Parola va letta religiosamente, ci invita a non lasciar cadere nessuna briciola di quel pane di Vita, e a trovare in essa la strada della salvezza: perdono, pace, profezia, fortezza nella persecuzione; in definitiva, quella configurazione a Cristo che è il frutto dell’alleanza con Dio.
Proclamarla con fiducia: colpisce questa modalità. È la fiducia di chi sa che la Parola è Cristo stesso che fa breccia nei cuori; che è come un seme che prima o poi porta frutto; che la sua forza non risiede in chi la annuncia, ma in se stessa. La fiducia di chi annuncia la Parola non è quella di chi vuole e pretende dei risultati immediati, ma di chi sa aspettare i tempi del regno di Dio.
Abbiate in voi questi due atteggiamenti che il Concilio ci insegna: ascolto religioso, annuncio fiducioso, e vivrete appieno il lettorato.
Dalle acque risale il Corpo del Verbo che si è fatto carne, dopo che nel Giordano ha raccolto su di sé il peccato del mondo; su di lui si posa lo Spirito Santo nella forma corporea di una colomba, come nella Genesi, quando indicò che dopo il diluvio rinasceva la vita e una alleanza, la prima, tra Dio e l’umanità (cfr. Gn 8,11). È il Corpo dell’agnello immolato, che nutre gli invitati alla sua cena e porta su di sé il peccato, assunto con amore e perciò cancellato con misericordia. Tra le vostre mani, cari accoliti, il Corpo di Cristo, colui di cui il Padre ha detto: «Questo è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento» (Mt 3,17).
Il mistero rivelato nel Giordano viene a noi nei sacramenti. Ancora una volta ci istruisce la sapienza dei Padri della Chiesa, con san Leone Magno che afferma: «Ciò che fu visibile nel nostro Redentore, passò nei sacramenti» (LEONE MAGNO, Discorsi 74,2, PL 54,398). Il Corpo di Cristo viene a noi nel sacramento pasquale dell’Eucarestia, un sacramento da celebrare e vivere. A questo mistero celebrato noi siamo invitati a partecipare: «non siamo invitati al cenacolo, non ripetiamo l’ultima cena – come afferma una certa spiritualità che si vuole eucaristica ma che, pur devota, è sviante – ma siamo fatti partecipi dell’evento di salvezza» (ENZO BIANCHI). Anche qui il Concilio Vaticano II ci insegna ciò che è importante, nella Costituzione Dogmatica sulla Liturgia, quando ci indica come entrare in questo mistero, ossia con una «partecipazione piena, consapevole e attiva» (vd. Sacrosanctum Concilium 14). Sono tre aggettivi da non disgiungere mai: la consapevolezza è quella di chi sa quale mistero sta celebrando, e la celebrazione nella nostra lingua corrente ci aiuta, ma non basta, perché occorre formarsi a conoscere che stiamo celebrando il mistero pasquale; una celebrazione piena e attiva, nella quale tutto il corpo e tutta l’assemblea sono come una sola voce, nella diversità dei carismi e ministeri, che celebrano. L’accolito è accanto all’altare, serve nella liturgia, ma soprattutto vive egli per primo la celebrazione eucaristica in modo pieno, consapevole, attivamente partecipe, ed educa il popolo di Dio a fare questo quando gli viene chiesto di farlo.
Ecco, miei cari, Dio che parla nella Parola e che si dona nell’Eucarestia: egli è nei sacramenti che vengono posti oggi nelle vostre mani, perché ad essi configuriate la vostra vita in cammino verso il ministero ordinato; con la Parola e l’Eucarestia siete chiamati ad edificare la comunità, che solo in esse diventa quel Corpo che è la Chiesa. Cristo è la luce delle genti, e il Concilio Vaticano II, alla cui scuola sempre dobbiamo andare, ci fa desiderare di illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa (cfr. Lumen Gentium 1). Lasciate che questa luce si rifletta nel vostro ministero, nella vostra vita.
Luigi Renna
CONFERIMENTO DEI MINISTERI DEL LETTORATO E DELL’ACCOLITATO

