Il prossimo 1° giugno ricorreranno i cento anni della nascita di Mons. Luigi Bommarito, nato nel 1926 a Terrasini, provincia di Palermo, diocesi di Monreale. Ma quel giorno per lui sarebbe diventato un giorno ancora più importante perché cinquant’anni dopo fu ordinato vescovo, come ausiliare di Agrigento e nel 1988, sempre nello stesso giorno, eletto vescovo di Catania. Un giorno speciale perché foriero di doni non solo per la sua vita, ma anche per chi ha avuto la grazia di conoscerlo, stimarlo e volergli bene. Proprio in occasione di questi anniversari il prossimo 1° giugno saremo a Terrasini, pellegrini alla sua tomba per ringraziare il Signore per avercelo dato come “Padre Vescovo” e pregare per la sua benedetta anima. Sì, così voleva essere chiamato, Se a Monreale e Agrigento era conosciuto e chiamato “Don Gino” a Catania volle, sin da subito, che lo chiamassimo “Padre Vescovo”. Non amava titoli altisonanti, ma desiderava solo essere riconosciuto come padre, quello che è stato per i quattordici anni di servizio nella nostra Chiesa catanese, e che rimase sempre sino alla fine della sua vita. Un padre sempre attento, accogliente, premuroso, vicino a tutti. Ai presbiteri innanzitutto che amava e rispettava riconoscendoci come suoi primi e indispensabili collaboratori. Non mancava mai di rendersi presente nella vita di ciascuno facendoci così sentire pensati e amati. Una paternità che esprimeva particolarmente per i preti in difficoltà che non lasciava mai soli e indietro e per quelli giovani che valorizzò, molti inviandoli a Roma per specializzarsi nelle varie discipline filosofiche, teologiche e pastorali e gli altri nell’affidare il compito di parroco e uffici diocesani. Amava dire a chi non capiva queste sue scelte: “se lo Stato affida a dei giovani ufficiali un comando dei carabinieri, perché io non posso affidare ad un giovane sacerdote una parrocchia?”. Era segno di stima e fiducia. Una ricchezza, questa della valorizzazione dei giovani preti, di cui ancora oggi la nostra Chiesa sta godendo. Padre vicino ai diaconi, che volle fortemente nella nostra diocesi, istituendo il corso Sant’Euplo pensato proprio per la preparazione ai ministeri e al diaconato permanente. Un padre per il laicato che promosse e valorizzò in tutti i modi, riconoscendo in esso un soggetto corresponsabile della vita e della pastorale della Chiesa. Un padre che ha cercato di amare tutti ed entrare in relazione con tutti. Come suo segretario personale, posso testimoniare che rimanevo tante volte impressionato dal modo come sapeva parlare a tutti, passando dai bambini e ragazzi, ai giovani e adulti, dai professionisti alla gente semplice dei quartieri di periferia. Ricordo che una domenica fece quattro incontri con gente totalmente diversa per età e per estrazione sociale e, io giovanissimo sacerdote, rimasi così colpito che la sera al ritorno in episcopio gli feci i complimenti e lui, come suo solito, rispose con una di quelle sue risate che aprivano il cuore e infondevano gioia. Certo il Signore gli aveva donato la capacità della parola che sapeva usare con maestria, ma anche quel pizzico di umorismo che abbatteva le barriere e creava legami. “Padre Vescovo”: sì è stato e rimane un padre per noi che lo abbiamo conosciuto, ma è stato anche Vescovo, un pastore coraggioso e illuminato. Un “vulcano” che partoriva continuamente iniziative per l’annuncio del vangelo, per la promozione della carità, per infondere speranza nella gente. Tutto doveva servire per fare conoscere Gesù e il suo vangelo. Come non pensare al pellegrinaggio diocesano a Mompileri voluto da lui come esperienza di comunione ecclesiale e lancio del nuovo anno pastorale; la Pentecoste dei giovani che ogni anno raccoglieva migliaia di giovani entusiasti e desiderosi di esprimere la loro fede insieme al loro pastore. Occasione questa anche per parlare delle vocazioni di speciale consacrazione affinché, chi aveva ricevuto il seme della chiamata potesse prenderne consapevolezza e rispondere col proprio si. E poi la visita pastorale, una ventata di Spirito Santo che ha attraversato tutta la diocesi. E non possiamo dimenticare i tre anni straordinari di preparazione al Giubileo del duemila, con quelle tematiche che volle fossero visibili con dei banner da affiggere alla porta della chiesa, ma soprattutto approfondite in ogni realtà parrocchiale ed ecclesiale per iniziare nel nome della Trinità il nuovo millennio cristiano. In questa occasione volle una missione popolare diocesana fatta da tutti, presbiteri e laici, e l’istituzione in ogni parrocchia dei Centri di ascolto della Parola. E non ultima, la storica visita a Catania di San Giovanni Paolo II, fortemente voluta da lui. Ma accanto a queste e altre iniziative pubbliche, sapeva evangelizzare con le sue visite alle parrocchie, vicinanza alle realtà più povere e fragili, al suo ascolto di chi aveva bisogno, un lavoro discreto, ma incisivo. Pastore zelante e anche coraggioso, coraggio che in diverse occasioni ha mostrato, sia denunciando il malaffare e la mala politica, sia attraverso scelte delicate ma necessarie, come ad esempio la sospensione della festa di Sant’Agata in occasione della guerra del golfo nel 1990. Papa Francesco anni dopo avrebbe parlato di ” pastori con l’odore delle pecore” e questo fu Mons. Bommarito. Ma se in lui c’era l’odore e l’amore delle sue pecore, in noi ha lasciato “l’odore del vero pastore” che ancora sentiamo forte nel nostro cuore. Grazie Padre vescovo per tutto l’amore che ci hai dato e perché ci hai insegnato ad amare la Chiesa così come tu l’hai amata. “Ecclesiam dilexi”, “Ho amato la Chiesa” e lo abbiamo visto questo amore anche con l’ultimo dono che hai voluto fare alla nostra Chiesa facendola elevare a metropolia, lo abbiamo sperimentato nelle nostre vite, lo abbiamo sentito e per questo lo portiamo sempre in noi.
Don Salvatore Alì


